In Armenia,  Francesco parlerà o non parlerà di genocidio? L'interrogativo dei giorni scorsi, alla fine è stato sciolto. Nel discorso alle autorità, appena giunto nel Paese caucasico il Papa ha usato la parola.  L'ha usata, ma - va sottolineato -  aggiungendola a braccio, al testo scritto (da lui stesso rivisto e approvato) e in modo incidentale,  sia  pure scandendo le sillabe: " quella tragedia, quel ge- no -ci- dio 

Perchè ?

Naturalmente un aspetto da considerare è  la possibile reazione turca che già nell'aprile 2015 aveva richiamato il proprio ambasciatore presso la Santa Sede per protestare contro il la denuncia fatta allora per la prima volta da papa Francesco del genocidio degli armeni, che Ankara  invece non riconosce. Ankara è ferma sul punto e il 3 giugno ha richiamato il proprio rappresentante diplomatico dalla Germania, dopo un pronunciamento  in questo senso del Bundestag....

(pubblicato  il 30 aprile 2016, "Il Foglio" con il titolo "Sull’immigrazione Collier pone quesiti irriverenti a Merkel e Francesco")

" I nostri cuori ci stanno portando fuori strada sulla crisi dei rifugiati”. “Non indurre in tentazione: i leader politici e religiosi dell’Europa devono ricordare questo principio morale fondamentale”. Un approccio totalmente controcorrente rispetto alla melassa retorica che a ben guardare, secondo Paul Collier, è anche il modo più miope ed egoista per gestire il problema dell’immigrazione senza risolverlo, anzi aggravandolo, seppure mettendosi la coscienza a posto con qualche gesto di bontà.

“Le lacrime non bastano”, ha titolato in copertina a tutta pagina il magazine cattolico inglese Catholic Herald, proponendo una lunga e articolata analisi di Collier, professore di Economia e Politiche pubbliche alla Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford, uno dei massimi esperti mondiali sul problema delle migrazioni e autore dello studio...

March 15, 2016

(update di  quanto pubblicato il 29 febbraio 2016 su Formiche.net)

E sì, è la rivincita del giornalismo, l’Oscar come miglior film a “Il caso Spotlight”. Ma direi del “ vecchio” giornalismo d’inchiesta. Quello che non si basa sui “Big data” o sui “leaks” consegnati in pacchi, scatoloni, o dossier, da più o meno interessate gole profonde interne a giochi di potere di cordate attive nell’Istituzione (in questo caso la Chiesa di Boston) oggetto dell’inchiesta.

Da questo punto vista “Il caso Spotlight” è un film molto diverso anche da “Tutti gli uomini del Presidente” (anche se lo ricorda ed è in qualche modo ne è come assonante) sulla famosa inchiesta di Bob Woodward e Carl Bernstein pubblicata dal Washington Post, che portò alle dimissioni del Presidente Richard Nixon.

Il "Caso Spotlight"   è la rivincita del giornalismo che racconta quello che  è , incredibilmente,  sotto gli occhi di tutti. Un giornalismo che parte dalla “decisione” di raccontare un caso, presa dall’allora nuovo...

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