"Perché vince Trump"

 

"Donald Trump indica il cambiamento e per vincere le elezioni c’è bisogno di questa parola magica: cambiamento, gli Stati Uniti non sono Washington”. Il ritratto di Donald Trump, da questa notte ufficialmente candidato repubblicano alla Presidenza degli Stati Uniti, che è emerso dal dibattito di ieri al Centro Studi Americani, è sorprendente. Cioè incuriosisce rispetto alla narrativa prevalente, condizionata in particolare in Europa, dal politicamente corretto.

L’occasione è stata la presentazione del libro di Andrew Spannaus “Perché vince Trump, la rivolta degli elettori e il futuro dell’America” (qui il testo integrale di un capitolo estratto dal volume). All’appuntamento – moderato da Roberto Arditti – oltre l’autore, hanno partecipato la giornalista di Sky TG24 Maria Latella, Alessandro Forlani – già deputato e membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera – e Lorenzo Castellani della Fondazione Einaudi.

“C’è domanda di cambiamento”, ha scritto di recente il massimo politologo americano, Francis Fukuyama sulla rivista Foreign Policy. I partecipanti alla tavola rotonda hanno declinato questa domanda. C’è chi ha messo in evidenza che gli americani sono stanchi delle guerre in Medioriente, sono stanchi dei signori di Wall Street ( “che risultano invece tra i principali finanziatori di Hillary Clinton“), sono stanchi del capitalismo mondialista che ha immiserito la classe media americana. La classe media americana ha bisogno di sicurezza fisica  (e qui l’importanza del tema dell’immigrazione), economica (contro la stagnazione), e di identità (contro il politicamente corretto).

Latella ha ricordato in proposito la sua recente esperienza a Chicago, nella cui Università è stata  stata invitata da David Axelrod (Chief Strategist delle campagne presidenziali di Obama), città in cui molte impiegate con le rispettive famiglie riescono a sopravvivere grazie al fatto che per metà giornata, nel pomeriggio, fanno le tassiste di Uber.

Castellani ha sottolineato che Trump e la sua famiglia hanno “una faccia da reality”, che  il candidato repubblicano è a- ideologico, e che risponde ad un imperativo tipicamente americano  di “sentire la propria pancia”. “Un fenomeno pop di successo  – ha aggiunto Arditti – come i Pokemon go“.

Ci sono due risvolti fortemente egalitari del candidato repubblicano, nonostante sia parte dell’establishment e sia un multimiliardario.  “Le democrazie sono nazionali”, ha detto Castellani, e “non mondialiste”, e del resto ormai  “il capitalismo mondialista è in crisi”. E’ il “Nation State contro il concetto degli Usa come nazione universale”.

Secondo punto – e qui si spiega perché i neocon repubblicani gli si sono schierati contro  – Trump adotterà politiche con maggior tasso di welfare, rispetto agli ultimi presidenti repubblicani, spostando il partito verso il centro, cioè verso una posizione conservatrice più classica.

Quanto poi al fattore religioso ed in particolare all’effetto Francis - il  primo Papa americano, che ha duramente bacchettato Trump per la promessa di costruire il Muro con il Messico – Spannaus ha detto che “in caso di vittoria di Trump il Vaticano certamente troverà il modo di adattarsi”.

Un sondaggio del Pew Research Center on Religion and Public Life reso pubblico il 13 luglio ha messo in evidenza ( i cattolici sono il 20 per cento dell’elettorato complessivo)  che gli ispanici cattolici sono in larga maggioranza (77 per cento) a favore di Clinton  (contro il 16 per cento per Trump), mentre tra i cattolici bianchi c’è una netta divisione tra i due candidati (Trump al 50 per cento contro il 46 per Clinton).

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