CIAMPI E IL LATO OSCURO DELL'ITALIA /1

" La stagione della P2 non è mai finita, ha continuato ad agire sotto traccia, continuando ad inquinare le istituzioni italiane. Il fatto di non aver estirpato fino in fondo questo cancro è un grande cruccio", così ha affermato il Capo dello Stato emerito, Carlo Azelio Ciampi, nella sua ultima conversazione con Mario Calabresi, direttore di Repubblica, pubblicata il 17 settembre 2016 , il giorno dopo la sua morte, raccolta nel gennaio 2013.

Ciampi dunque ha dovuto confrontarsi non solo con la vita istituzionale e con le emergenze economiche ma anche con il lato oscuro della Repubblica. È questo il Ciampi che ho conosciuto. A lui mi rivolsi quando era Governatore della Banca d'Italia per fargli leggere in anteprima il manoscritto del mio libro "le Mani della Mafia" sulla bancarotta del vecchio Banco Ambrosiano in cui sostenevo - dopo un accurato lavoro di ricerca - per la prima volta - anche se negli anni che seguirono questa tesi divenne una verità giudizialmente accertata - che quella banca di antica tradizione cattolica era caduta in mano alle cosche di Cosa nostra e che il suo presidente, Roberto Calvi , alla fine era stato ucciso dalla mafia. La tesi nel 1991 poteva essere considerata più che ardita, destabilizzante, i mafiosi pentiti non avevano ancora parlato , né le inchieste della magistratura avevano illuminato il mondo di mezzo che tiene insieme il mondo alto con quello basso.

Poco tempo seppi che il Governatore - che aveva seguito in prima persona le vicenda del crack Ambrosiano e aveva nominato Giovanni Bazoli presidente del Nuovo Banco - aveva letto quel manoscritto e mi faceva sapere che non aveva obbiezioni a una tale ricostruzione.

Il libro venne pubblicato nel novembre del 1991, presentato dall'allora ministro dell'Interno, Enzo Scotti, pochi giorni prima della decisione del governo Andreotti - dopo le sollecitazioni europee del Vertice di Dublino - di dar vita contro Cosa Nostra alla Direzione Investigativa Antimafia e alla Procura Nazionale Antimafia.

Seguirono mesi drammatici e insanguinati dalle stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino .

Nel bel mezzo del collasso della Prima Repubblica, stretta tra le inchieste su Tangentopoli a Milano e quelle contro la mafia a Palermo, Ciampi venne chiamato , dopo il Governo Amato, nell'aprile del 1993 a fare da traghettatore verso la Seconda Repubblica .

Fu allora, nella tristemente famosa estate del ' 93, quella delle bombe di Milano, dei Georgofili a Firenze e di Roma ( contro le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, forse scelte per assonanza con i nomi dei Presidenti del Senato e della Camera che erano Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano ) che Ciampi dovette far fronte direttamente con la materia oscura del Paese.

Furono i mesi di un salto qualitativo enorme di Cosa Nostra - dagli assassini Lima-Falcone-Borsellino del '92 alle bombe del ‘93 - cui occorre aggiungere l' inquietante episodio del blackout telefonico di palazzo Chigi: la notte del 27 luglio 1993 'salta ' il centralino del governo. 'Opera di apparati dello Stato', è la voce che si sussurra ma non si scrive. Obiettivo: convincere Ciampi ad ammorbidire il 41 bis ai boss mafiosi.

Sulle colonne del Corriere della Sera il 5 agosto del 1993, rivelai il misterioso black out di quella notte.

QUI RIPRODOTTA UNA CELEBRE VIGNETTA DI FORATTINI SULLA PRIMA PAGINA DI REPUBBLICA IL 6 AGOSTO 1993

Al vertice dello Stato, nell'estate delle bombe, terrorismo, servizi segreti e misteri, troviamo Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, Ciampi a Palazzo Chig e Nicola Mancino ministro dell'Interno. Lo scontro fu tra il premier Ciampi e Mancino (supportato da Scalfaro e dal capo della polizia Vincenzo Parisi) . Il capo del SISDE Angelo Finocchiaro dovette lasciare invece dopo la notte delle bombe.

Ecco dunque cosa avvenne a Palazzo Chigi la notte tra martedì 27 luglio e mercoledì 28 luglio, immediatamente dopo le esplosioni, per ben due ore e mezzo, Palazzo Chigi rimase "isolato" telefonicamente dal resto del Paese.

La rete SIP ( la Telecom di allora) che collegava il centralino della sede del governo alla più vasta rete urbana, nazionale e internazionale, restò muta. Cosiìpure tutti i numeri interni che uniscono tra loro, come si dice in gergo, punto punto, i vari uffici.

"Funzionava solo la linea diretta con la batteria del Viminale, che è il centralino del governo gestito dal ministero dell' Interno. Il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, e i suoi più stretti collaboratori, accorsi al Palazzo, subito dopo aver avuto notizia degli attentati (Ciampi si precipitò a Roma dalla sua casa di Santa Severa, sul litorale laziale), per comunicare e dare le prime direttive sul da farsi hanno dovuto utilizzare un telefonino cellulare privato", scrivevo sul Corriere della sera del 6 agosto.

"Si creata una situazione degna del migliore Morris West, il famoso scrittore inglese che nel suo romanzo La Salamandra, negli anni Settanta, ha descritto una spy story i cui ingredienti sembrarono allora essere tornati di moda: bombe, terrorismo, servizi segreti e misteri. Un cocktail che ben shakerato - concludevo - può fruttare, così avviene nel romanzo, un tentativo di golpe."

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