MORO 1/ HABBASH, TONI E DE PALO


È il 2 settembre del 1980, Italo Toni e Graziella De Palo, due giornalisti italiani arrivati in Libano , scompaiono senza lasciare tracce. Uno dei tanti misteri italiani.

Il 28 settembre 2016 nel corso della sua audizione davanti alla Commissione d'inchiesta sul caso Moro il pubblico ministero romano Giancarlo Armati richiesto di chiarire le indagini di allora sui traffici di armi da Beirut (in cui sarebbero stati coinvolti alcuni personaggi ormai saliti alla ribalta del caso Moro, come il gestore del bar Olivetti di via Fani) ha lasciato esterrefatti i commissari . Armati in sostanza ha portato quella che lo stesso pm ritiene essere "la prova" del fatto che i due giornalisti sono stati uccisi dall'allora leader del Fronte di Liberazione della Palestina, George Habbash, dopo una "soffiata" del Stefano Giovannone , ex ufficiale del Sismi, respondsabile all'epoca dei servizi segreti italiani in Libano. Giovannone pur inquisito per quei delitti fu poi assolto. Questa prova consisterebbe in una lettera dell'allora ambasciatore italiano a Beirut, Stefano D'Andrea. I fatti da cui prende le mosse il racconto di Armati sono datati 1979. Sulla scomparsa di Toni e De Palo , nel 1984 l'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi appose il segreto di Stato, che rimane tuttora, nonostante siano passati oltre trent'anni previsti dalla normativa. Probabilmente il segreto cerca di tutelare gli accordi presi dall'Italia con il terrorismo arabo-palestinese noto come "il Lodo Moro" di cui era garante il colonnello Giovannone.

Ecco il resocondo stenografico , appena reso pubblico, di quanto affermato da Armati durante l'audizione a San Macuto..

"GIANCARLO ARMATI. 1979. Io mi sono convinto che Toni e Graziella De Palo volevano indagare sul traffico di armi, perché altrimenti non ne usciamo. Si dice: «Ma perché sono stati uccisi?» Perché volevano indagare sul traffico di armi e già da Roma Falco Accame, fa riferimento a un traffico di armi fra l'OLP e le BR. Questo è, perché altrimenti non si spiega niente. Non riusciamo a spiegare perché sono stati uccisi.   GERO GRASSI (VICEPRESIDENTE COMMISSIONE MORO). Chiedo scusa, non sono stati uccisi. Sono spariti.   GIANCARLO ARMATI. Va bene, ma sono spariti ormai da quasi quarant'anni.   GERO GRASSI. Lo so.   PRESIDENTE (COMMISSIONE MORO,GIUSEPPE FIORONI). Il termine credo che sia appropriato.   GIANCARLO ARMATI. Morte presunta.   PRESIDENTE. In guerra c'è la morte presunta.   GERO GRASSI. Sì, ma non uccisi.   GIANCARLO ARMATI. No, io dico «uccisi» a ragion veduta. Cosa è successo? È successo che Giovannone, che era acerrimo nemico di Stefano D'Andrea, ambasciatore d'Italia a Beirut, aveva uno strettissimo patto con i palestinesi. Adesso si dice che era un patto che nasceva da una politica italiana di – come dire – buona relazione con l'OLP per evitare attentati in Italia, oppure per altri motivi. Comunque, sta il fatto che da Andreotti in poi il rapporto con i palestinesi e con il mondo arabo è stato sempre molto stretto. Giovannone era, diciamo così, la punta di questa strategia politica e doveva trattarsi veramente di un patto di ferro. Perché? Voi ricordate quando Mastelloni indagò sul traffico di armi tra l'OLP e le BR, acquisì alcuni elementi e due funzionari dell'UCIGOS – mi pare che si chiamassero Spinella e Ruggeri – si prepararono per andare a Beirut per indagare su questo traffico. Che cosa successe? Arrivarono in aereo a Beirut, mi pare, e in quel preciso giorno l'OLP (non so se Habbash o l'OLP) fece una conferenza stampa addirittura sull'arrivo di questi due funzionari italiani che erano venuti lì per indagare; nella conferenza stampa dissero che non era vero nulla, eccetera. Cioè, quei due funzionari dovevano svolgere...   PRESIDENTE. Una missione segreta.   GIANCARLO ARMATI. ...una missione segretissima: non segreta, segretissima, perché quello era – penso – segreto di Stato. Il telex che arrivò dalla Farnesina all'Ambasciata italiana a Beirut era cifrato. Poi abbiamo accertato che il maresciallo Balestra, che era addetto all'Ambasciata e che criptava e decriptava i messaggi dell'Ambasciata e del Ministero degli affari esteri, praticamente passava i messaggi decriptati a Giovannone su richiesta di quest'ultimo, perché Giovannone era un colonnello e l'altro era un maresciallo dei Carabinieri. Quindi, Balestra disse: «Io non potevo dire di no». Gli passava questi messaggi.   Balestra aveva passato i messaggi decriptati sull'arrivo dei due funzionari a Giovannone e questo era andato a dirlo ai palestinesi. Ecco perché quelli fecero una conferenza stampa per porre nel nulla questa missione segretissima. Quindi, il rapporto tra Giovannone e i palestinesi era strettissimo. Ci sono altre cose che lo dicono. Quei due giornalisti erano andati giù. Forse avevano lasciato capire che volevano indagare...   PRESIDENTE. Su questa cosa.   GIANCARLO ARMATI. ... e che dovevano andare nel Sud del Libano. Allora Giovannone, nel timore che... – dico Giovannone perché, secondo me, è stato lui – ha detto a Habbash, ai palestinesi: «Guardate che questi due vogliono farci le scarpe. Sono venuti qua per indagare eccetera» e Habbash li ha ammazzati, è semplice. Perché lì non è che si va tanto per il sottile: lì, se tu sei indicato come spia o come uno che vuol fare indagini su cose che non devono apparire, sei fatto fuori.   PRESIDENTE. Questa è un'ipotesi.   GIANCARLO ARMATI. No, non è un'ipotesi, perché questo è tutto scritto in una relazione che mi fece l'ambasciatore Stefano D'Andrea, dietro mia richiesta, prima che andasse via. Io lo avevo convocato e gli avevo detto: «Senta, lei mi deve fare il favore: vada giù e veda di parlare con il capo della Sûreté, con il capo della polizia libanese, con il capo della sicurezza dell'OLP e cerchi, insomma, di vedere...». D'Andrea parlò, mi pare, con Johnny Abdou, che credo fosse il capo della Sûreté libanese, il quale gli disse – D'Andrea me lo riferì –: «I due sono stati uccisi subito dal gruppo di Habbash». «Perché?», gli chiese D'Andrea. «Perché qualcuno deve aver dato loro» – cioè a Habbash – «delle informazioni errate».   Questo qualcuno chi può essere? Qualcuno che può aver dato loro delle informazioni errate non può essere che Giovannone, che, per tutelare i rapporti con l'OLP, praticamente li ha fatti fuori. Solo Giovannone poteva farlo. Chi si prendeva la briga di due giornalisti?   PRESIDENTE. Nel processo non si è arrivati a...?   GIANCARLO ARMATI. Il processo non si è fatto perché io richiesi il mandato di cattura a Squillante, giudice istruttore, a carico di Habbash, e Squillante, che incominciava a saltare sulla sedia, disse: «Ma no, gli elementi non sono sufficienti». Ma io avevo la relazione di D'Andrea, insomma, mica uno scherzo. D'Andrea è una persona serissima. Quindi, secondo me, gli elementi c'erano. Poi c'era l'elemento logico. Tutto tornava, ma Squillante – un altro processo in cui il giudice istruttore, purtroppo... era il mio destino – rifiutò di emettere il mandato di cattura.   Il processo allora, a quel punto, si chiuse, perché Santovito era morto, Giovannone morì di lì a poco. Chi andò a processo? Chi fu condannato? Indovinate un po’? Balestra.   MIGUEL GOTOR. Il vaso di coccio.   GIANCARLO ARMATI. Una cosa all'italiana, proprio. Balestra fu condannato. In tutta questa cosa chi fece le spese di tutto? Balestra.   PRESIDENTE. Comunque, adesso non ci trasformiamo in una Commissione d'inchiesta su Italo Toni e Graziella De Palo. A noi interessava il complesso di questi rapporti stretti, in particolar modo tra Giovannone e Habbash. Per questo l'ho fatta parlare.

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