BENEDETTO XV, LA GRANDE GUERRA E IL CAMERIERE SEGRETO


IL 4 novembre 1918 , il “Bollettino della Vittoria” del generale Armando Diaz poneva fine, per l'Italia, alla Prima guerra mondiale. Dieci milioni di morti rimasero sul terreno, distruzioni ,fame e ferite .

Per tre giorni ,dal 3 al 5 novembre 2016, studiosi ed esperti, si sono riuniti a Bologna, per approfondire la figura di Benedetto XV (al secolo Giacomo Della Chiesa), il papa regnate durante la Prima Guerra mondiale, il Papa che la definì un'"inutile strage" e un "suicidio dell'Europa".

I lavori - promossi dalla Presidenza del Consiglio italiana, dalle diocesi di Bologna e Genova e dalla Fondazione per le Scienze religiose “Giovanni XXIII”, presieduta da Alberto Melloni - sono stati aperti dal segretario di Stato vaticano , cardinale Pietro Parolin, secondo cui le parole così forti di Benedetto XV sul tema della pace veramente trovano una grande eco e approfondimento nelle parole di papa Francesco.

«Papa Francesco ci ha detto che siamo nella Terza Guerra Mondiale anche se combattuta a pezzi - ha spiegato Parolin - e quindi la sfida e l’impegno per la pace rimangono quelle del tempo di Benedetto XV che si è trovato ad affrontare questa situazione. È stato veramente un Papa moderno, ha dato risposte nuove a questa situazione inedita». I Papi hanno da sempre avuto rapporti con gli Stati e il potere statale. Almeno dai tempi dell’imperatore romano Costantino. Secondo Parolin, Benedetto XV fu “un Papa che fu diplomatico nel senso più alto del termine, affermando con le parole proprie di un mestiere delicato la sollecitudine per l’uomo reale e la vita concreta delle comunità civili e religiose. E insieme un Papa che toccò con mano come promuovere la pace non sia qualcosa di estrinseco alla missione della Chiesa ma parte essenziale del suo compito davanti alla storia e davanti al Vangelo. In Della Chiesa questo era uno stile”.

Dopo più di ottant'anni di oscurità la figura di Benedetto XV era stata riportata all’attenzione dell’opinione pubblica a motivo del fatto che il successore di Giovanni Paolo II aveva scelto il suo nome. L’ex Prefetto della Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger , durante la prima udienza generale in piazza San Pietro seguita alla sua elezione, il 27 aprile 2005, spiegò : « Ho voluto chiamarmi Benedetto XVI per riallacciarmi idealmente al venerato pontefice Benedetto XV, che ha guidato la Chiesa in un periodo travagliato a causa del primo conflitto mondiale. Fu coraggioso e autentico profeta di pace e si adoperò con strenuo coraggio dapprima per evitare il dramma della guerra e poi per limitarne le conseguenze nefaste. Sulle sue orme desidero porre il mio ministero a servizio della riconciliazione e dell'armonia tra gli uomini e i popoli, profondamente convinto che il grande bene della pace è innanzitutto dono di Dio, dono purtroppo fragile e prezioso da invocare, tutelare e costruire giorno dopo giorno con l'apporto di tutti ».

Solo in seconda istanza - anche se quasi tutti credono il contrario - Papa Ratzinger fece riferimento al fatto che “il nome Benedetto evoca, inoltre, la straordinaria figura del grande Patriarca del monachesimo occidentale, san Benedetto da Norcia, compatrono d'Europa (…)"

Nessuno, al momento dell'elezione di Ratzinger, avrebbe potuto immaginare che le analogie tra i due pontificati, pur cambiando completamente il contesto e le circostanze dei fatti, potessero arrivare fino alla cronaca del primo processo Vatileaks1, contro il maggiordomo Paolo Gabriele, il cosiddetto Corvo.

Un aspetto poco noto del pontificato di Benedetto XV fu infatti una gravissima vicenda di spionaggio che si svolse durante il primo conflitto mondiale e riguardò uno dei suoi più stretti collaboratori. O meglio come si diceva allora, il cameriere segreto, monsignor Rudolph Gerlach, nobile bavarese, che in realtà era una spia tedesca e austriaca mentre imperversava la prima Grande mondiale e mentre il Pontefice si prodigava contro «l'inutile strage» ( da leggere la ricostruzione documentale di Annibale Paloscia in "Benedetto tra le Spie", Mursia , 2007 , ristampato nel 2013).

Nella vicenda dell'inizio del Novecento giocò un ruolo centrale un alto funzionario italiano discreto e affidabile, Monti , di nome Carlo, direttore all'epoca dell'ufficio per gli Affari del Culto nonché trait d'union tra il governo italiano e la Santa Sede. Visto che i Patti Lateranensi erano di là da venire e tra i due Stati non c’erano ambasciatori.

Carlo Monti aiutò il Vaticano in quel momento difficile, permettendo a Gerlach di mettersi in salvo in Svizzera, nonostante l'accusa di spionaggio e il processo cui venne sottoposto in Italia, che si concluse con una condanna in contumacia all’ergastolo.

Benedetto XV non credette mai alla colpevolezza del suo maggiordomo e in un lettera di conforto fattagli recapitare Oltralpe lo rassicurò dell'«antico, immutato affetto».

“Il legame tra il Papa e Rudolph, quale ne fosse la natura, generò un grande intrigo di Stato», sostiene il biografo di Benedetto XV, John Pollard, nel volume “Il Papa sconosciuto”, pubblicato dalle edizioni San Paolo, il 1 settembre 2001.

Gerlach non era soltanto una spia, era il capo di una potente rete di spionaggio al servizio degli Imperi centrali in guerra contro il nostro Paese,e per la sua posizione, e godendo della piena fiducia del Papa, fu in grado di carpire i più importanti segreti militari italiani, causando pesantissime perdite di vite umane.

Forse anche da questo punto di vista la Storia di Benedetto XV può essere di insegnamento.

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