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E’ TERMINATA LA “VIA CRUCIS” DI RATZINGER, IL PAPA DEL SABATO SANTO DELLA CHIESA.

di Maria Antonietta Calabrò



Benedetto XVI sarà ricordato come il Papa del “già e non ancora”, quello che ha iniziato il tragitto verso la Chiesa del Terzo Millennio, ma non l’ha terminato. Come Mosè che uscì dall'Egitto, ma non mise piede nella Terra promessa.

Nato di Sabato Santo ha portato su di sé questo sigillo. Nella liturgia cattolica, il Sabato Santo è l’unico giorno in cui non si celebra la Messa, perché Cristo è morto ma non ancora risorto.( ....)

L’antirelativista che ha relativizzato il Papato.

Da cardinale, Joseph Ratzinger durante l’omelia della Missa pro eligendo pontifice che aprì il Conclave che lo avrebbe scelto come successore di Giovanni Paolo II (2005) , usò parole che sarebbero state ripetute tante volte dal Papa eletto dopo di lui, Francesco, che nel 2016 ha indetto l’Anno della Misericordia.(...)

Eppure, con la sua scelta di rinunciare al Soglio di Pietro (non era accaduto da oltre 700 anni) , l”’anti relativista” Ratzinger, l’11 febbraio 2013, ha finito per relativizzare lo stesso Papato.

Può sembrare un’enorme contraddizione, ma forse non lo è. Benedetto ha spiegato il gesto con cui sarà ricordato nei libri di storia, sostenendo che la Chiesa non è del Papa, ma di Cristo, e quindi anche la sua rinuncia si dimostra - in modo sicuramente sconvolgente ( e il mondo ne è rimasto in effetti sconvolto) l’opzione più radicale, quella più fondamentalista.(...)

Le Stazioni della Via Crucis del 2005, e l’omelia della Missa Pro eligendo Pontifice, furono interventi così netti e duri , che per molti commentatori costituirono la prova del nove del fatto che Ratzinger fosse “fuori” dai giochi, che non sarebbe mai stato eletto Papa. Nessuno bookmaker puntava su di lui.

I cablo dell’Ambasciata americana presso la Santa Sede , rivelati da Wikileaks nel 2009, dimostrarono che la sua elezione fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno per la diplomazia mondiale, in particolare, americana.

Quei due discorsi , invece, sono stati i suoi discorsi programmatici , sulla vita, sul presente e sul futuro della Chiesa.

Un giudizio condiviso da Papa Francesco che nel volo di ritorno dal Centroafricana, ben dieci anni dopo, nel novembre 2015, parlando della corruzione dentro la Chiesa, ha intenzionalmente voluto richiamare, non sollecitato su questo punto da nessuna domanda, il ricordo del clima in cui avvenne l’elezione di Papa Benedetto.

“Tredici giorni prima della morte di San Giovanni Paolo II, in quella Via Crucis, l’allora cardinale Ratzinger che la guidava, ha parlato delle “sporcizie della Chiesa”: ma lui ha denunciato quel- lo! Il primo! Poi muore nell’ottava di Pasqua – questo è il Venerdì Santo – muore Papa Giovanni Paolo, e (Ratzinger , Nda) è diven- tato Papa. Ma nella Messa “pro eligendo pontifice” – lui era De- cano – o Camerlengo? – no, Decano, lui ha parlato dello stesso (problema, n.d.A.), e noi lo abbiamo eletto per questa libertà di dire le cose. E’ da quel tempo che c’è nell’aria del Vaticano che lì c’è corruzione: c’è corruzione”.

Da notare quel “noi”, che rivela che Ratzinger ricevette anche il voto del cardinale Bergoglio: “Lo abbiamo eletto per questa libertà di dire le cose”. (...)

Nessuno conosceva la Chiesa e i mali della Chiesa come Joseph Ratzinger, creato cardinale da Paolo VI nel 1977, e nel 1981 nom- inato da Wojtyla Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

Era uno che conosceva la vita della Chiesa con una totalità che nessun altro aveva. Del bene e del male presente nella Chiesa.

In un certo senso Ratzinger , cardinale, Prefetto, Decano del sacro Collegio “incarnava“ la Chiesa, anche prima di diventare Papa. E per questo quando volle lasciare l’incarico l’ex Sant’Uffizio, Giovanni Paolo II non gli permise di lasciare il Vaticano e tornare in Germania.

Era una Chiesa che oggi non c’è più. Perché essa non è più una grande basilica, ma piuttosto un “ospedale da campo”, secondo la definizione di Papa Francesco.

 (...)

Il Concilio Vaticano II si concluse con Ratzinger.

 

Ratzinger è stato anche l’ultimo Papa a partecipare al Concilio Vaticano II. Anzi fu lui da giovane teologo, che “riscrisse” - come ghostwriter - la bozza dell’ultimo documento che venne approva- to dal Concilio , il documento “ad Gentes”, sulla missionarietà della Chiesa (votato praticamente all’unanimità, 2.394 voti fa- vorevoli e solo 5 contrari). (...)

E anche per questo, sette anni dopo la rinuncia, nell’estate del 2020 è stato attaccato dall’ex Nunzio (ambasciatore vaticano) negli Stati Uniti, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò , il controver- so prelato che è giunto a chiedere pubblicamente le dimissioni di papa Francesco alla fine dell’ agosto 2018.

Tutti i mali della Chiesa, secondo Viganò, “sono nati con il Concilio Vaticano II e con Ratzinger”.

Qualche esempio del fatto di quanto Benedetto XVI tenesse al Vaticano II?

Alla vigilia di Natale del 2005, Benedetto XVI ha pronunciato il suo primo discorso alla Curia Romana proprio sui temi del Concilio Vaticano II in cui si è espresso nettamente a favore di “un’ermeneutica della riforma” (e non solo della continuità), rispetto a quello che avvenuto prima.

E a pochi giorni dalla fine del suo pontificato, il 14 febbraio 2013, ha tenuto la sua ultima lezione al Clero della Diocesi di Roma sempre sul Concilio Vaticano II.

 

Macbeth in Vaticano: un Natale senza Papa

 

Eppure come Macbeth, conte di Cawdor, il protagonista della tragedia di Shakespeare, Ratzinger non ha fatto niente nella sua vita che sia apparso all’opinione pubblica così buono come il modo in cui è - metaforicamente - morto, quando ha lasciato il Soglio pontificio.

Lo straordinario annuncio della rinuncia di papa Benedetto XVI è stata la notizia più “battuta” al mondo dell’ultimo mezzo secolo.

Le maggiori testate internazionali, il giorno dopo l’annuncio della rinuncia di Benedetto pubblicano come titolo principale, il titolo secco della breaking news mondiale, tanto è stato lo choc. (...)

Ma mano a mano che passano i giorni però il mood complessivo della narrazione pubblica cambia sostanzialmente.

E i media passano ad esaltare le “storiche dimissioni” di Ratzinger.

Come se si celebrasse la morte di Macbeth.

La decisione di dimettersi Benedetto XVI l’aveva presa otto mesi prima. (...)

Sono datate 17 giugno 2012 le prime relazioni tecniche e il progetto edilizio sull’adeguamento del Monastero “ Mater Ecclesiae” in- terno al Vaticano in modo che potesse ospitare il Papa emerito, il suo segretario e le Memores Domini che lo hanno assistito fino alla fine.

 La data è certa, perchè ho potuto consultare quelle carte. E quel- l’estate cominciarono i lavori di ristrutturazione del monastero, dopo che le suore che vi erano ospitate in precedenza erano state allontanate.

Benedetto XVI pensò addirittura di rendere pubblica la sua rinuncia prima del Natale 2012.

Ma fu dissuaso dal Segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Sarebbe stato un choc veramente troppo grande, per la prima volta dall’inizio della cristianità, un Natale senza Papa.

(....)


 La scatola “nera“ del Pontificato. Benedetto scrive la sua “Relatio sulla Relatio”

 

 

Benedetto XVI ha deciso “che gli atti di indagine (su Vatileaks, ndr) di cui solo lui è a conoscenza, siano a disposizione del futuro Pontefice”, dichiarò dopo la rinuncia di Ratzinger l’allora portav- oce della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi. Sì, per- ché sul caso del Corvo, non ci fu solo un’indagine penale in Vati- cano, ma anche quella di tre cardinali istruttori che consegnarono le loro conclusioni (una Relatio) direttamente a Benedetto XVI.

E Papa Ratzinger fece annunciare da Lombardi che avrebbe messo a conoscenza di questa seconda indagine solo il suo Successore, nonostante la richiesta di venirne a sapere di più era stata avanzata da tutti i porporati già confluiti a Roma per le Congregazioni generali che precedettero il Conclave che vide l’elezione di Papa Francesco.

Il “passaggio di consegne” su Vatileaks si svolse a Castel Gandol- fo nel primo incontro tra i “ due “Papi, il 23 marzo 2013, durante un colloquio privato durato quarantacinque minuti.

Le immagini tv del Centro televisivo vaticano, misero in evidenza la presenza tra il Pontefice e il suo predecessore, entrambi vestiti di bianco, di una scatola alta, anch’essa bianca, contenente gli atti dell’inchiesta dei tre cardinali inquirenti sul Corvo. Una modalità inusuale, per la gestione mediatica vaticana, di richiamare l’atten- zione su quella specie di convitato di pietra, tra i due Pontefici.

Monsignor Loris Capovilla, storico segretario di Giovanni XIII , creato cardinale da Francesco nel febbraio 2015, in quei giorni dichiarò: “In ogni caso - e non stiamo parlando dei dossier Vatileaks - Benedetto XVI ha lasciato sulla scrivania del suo suc- cessore qualcosa come trecento pagine scritte personalmente da lui, così mi è stato detto da Roma”.

Infatti Papa Benedetto consegnò a Bergoglio anche una sua lunga riflessione scritta sulla documentazione raccolta dalla Commis- sione dei tre cardinali. Di una “busta grande” (appoggiata sulla ”scatola bianca”) Francesco ha parlato ai giornalisti sul volo pa- pale di rientro dal primo viaggio internazionale in Brasile, per la giornata mondiale della Gioventù del 2013. Conteneva proprio la Relazione di Ratzinger.

In sostanza, Benedetto XVI ha scritto di suo pugno una Relatio sulla Relatio per il suo Successore.

I leaks continuarono anche dopo che il papa emerito si era ritirato ormai da cinque anni. Il 20 settembre 2018, in Vaticano scoppia il caso di alcune lettere di Benedetto XVI - risalenti al novembre del 2017, quindi a poco più di un anno prima - che sono state "passate" al quotidiano popolare tedesco "Bild" (una testata che sembra aver sempre avuto un canale diretto con l’entourage di Ratzinger). Benedetto in esse rimprovera un cardinale tedesco, Walter Brandmuller che un mese prima lo aveva criticato in una intervista alla FAZ per essersi dimesso, visto che la posizione di Papa emerito non si era mai vista nella storia bimillenaria della Chiesa, lasciando così, a suo dire, la Chiesa stessa nel caos. Brandmuller è stato anche uno dei quattro cardinali che nel 2016 avevano sottoscritto le famose richieste di chiarimento (i

"Dubia" ) rivolte a Papa Francesco sull’Esortazione apostolica “Amoris Letitia” e la comunione ai divorziati.

Ebbene, Benedetto reagì nei confronti di Brandmuller con una risposta stizzita. Ha scritto : "Posso capire molto bene il dolore profondo che la fine del mio papato ha inflitto a te e a molti altri. Tuttavia, per alcune persone e - mi sembra - anche per te, il dolore si è trasformato in una rabbia che non riguarda più solo le mie dimissioni, ma sempre più anche la mia persona e il mio papato nel suo complesso".

Ma la lettera fece anche un paragone storico forse rivelatore. Nella storia, infatti, ci sono state altre dimissioni papali, ha scritto Ratzinger . Ma l'esempio più sorprendente, è tutto sommato recente. Riguarda Papa Pacelli, cioè Pio XII che, nel 1944, aveva stabilito che nel caso fosse stato “arrestato dai nazisti”, lui doveva essere considerato “dimissionario”. In questo modo il Successore di Pietro non sarebbe rimasto nelle mani di Hitler . Cosa poteva significare questo paragone?

Da chi si era sentito “minacciato” Benedetto? "Prega per me che non possa fuggire per paura dei lupi", aveva detto durante l'omelia della Messa della sua inaugurazione. Chi erano i lupi?

In quest'ottica si comprende meglio anche un episodio riferito dallo Spiegel nel maggio 2015, secondo cui Benedetto era preoccupa- to di poter essere avvelenato tanto che, nell'ottobre 2012, pochi mesi prima della rinuncia, il Presidente dell'ufficio statale bavarese di indagini criminali si sarebbe recato a Roma per esam- inare le lacune della sicurezza nella preparazione del cibo del Papa.

Secondo Bild, lo scandalo degli abusi sessuali del clero del 2018 (a cominciare dal caso dell’ormai ex cardinale americano Theodore McCarrick, che non era mai stato formalmente sanzion- ato per la sua condotta da Ratzinger e che Francesco ha spretato) getterebbe una nuova luce sul sorprendente passo di Benedetto.

 (...)

 

La "trappola del linguaggio": i "due Papi".


Dall’inizio del 2020 monsignor Ganswein ha iniziato a trascor- rere il suo tempo al Monastero Mater Ecclesiae, dove ha abitato dal 2013, in quanto è stato dispensato dagli impegni come Prefetto della Casa Pontificia, per dedicarsi al suo ruolo di Segretario par- ticolare di Joseph Ratzinger. E’ terminata così dopo sette anni, la “coabitazione” con Papa Bergoglio. Di fatto è stato “congedato”. L’ultima udienza generale del mercoledì cui ha assistito seduto vi- cino a Francesco è stata quella del 15 gennaio.

Un chiaro segnale pubblico. Dopo il pasticcio editoriale del libro firmato a quattro mani da “Benedetto XVI “ ( cioè con il nome pontificale di Ratzinger) e dal cardinale Robert Sarah sul celibato sacerdotale “Dal profondo dei nostri cuori”, che era stato pubbli- cato in Francia una settimana prima.

Non era bastata la richiesta da parte di monsignor Georg di cor- reggere il frontespizio del libro (togliendo la doppia firma), e l’attribuzione di “colpa” al cardinale Sarah. Gaenswein aveva parlato di un fraintendimento. Papa Francesco è stato irremovibile dal momento che in base ai contratti per l’edizione francese e le traduzioni (compresa quella italiana) parlavano chiaro. Il libro aveva indubbiamente due coautori: il cardinale Sarah e Ratzinger che firmandosi Benedetto XVI, ha alimentato la confusione del- l’esistenza di “due Papi” (che fino ad allora era serpeggiata sot- terranea e che però si era già sostanziata nella veste bianca che Ratzinger ha continuato ad indossare e nella scelta di chiamarsi Papa emerito) .

In realtà nessun commentatore, giornalista o uomo di Chiesa avrebbe dovuto più chiamare Ratzinger, Benedetto, dopo la rinun- cia. E tanto meno Benedetto XVI. Perché Benedetto XVI non es- iste più dal 28 febbraio 2013, data della fine del suo pontificato. Il suo anello piscatorio simbolo del suo essere successore di San Pietro, il Pescatore appunto, è stato distrutto, come avviene per tutti i Papi alla loro morte.

Benedetto XVI può essere citato per quello che ha scritto e detto durante il periodo del pontificato, come si fa con i suoi predeces- sori defunti.

Aver firmato un libro a quattro mani con il cardinale Sarah, con il nome Benedetto XVI, in cui il cosiddetto papa emerito poneva un altolà sul celibato dei preti è stata considerata in Vaticano un’en- trata a gamba tesa, un tackle in termini calcistici, di Ratzinger e di Ganswein nei confronti di Papa Francesco.

Un fallo da cartellino rosso, ai danni non tanto di Bergoglio , ma dell’autorità stessa del successore di Pietro visto che Ratzinger ha scritto nel libro ” Non posso tacere “, citando una famosa frase di Sant’Agostino.

L’iniziativa editoriale di Ignatius Press - al di là del contenuto e della tesi sostenuta - ha innescato quella che il filosofo Wittgen- stein chiamerebbe “una trappola del linguaggio” .

L’incidente del 2020 ha fatto scadere il Papato nelle dinamiche della fiction di “Two Popes” (2019).

Sarebbe stato meglio per Ratzinger seguire i dettami di un’altra famosa proposizione di Wittgenstein: “Su ciò, di cui non si può parlare, è meglio tacere”.

“La filosofia a questo deve servire, ad aiutare la mosca ad uscire dalla bottiglia” ha scritto Wittgenstein (che in comune con Ratzinger ha avuto l’amore per le “Confessioni” di Sant’Agostino). E non a tapparcela dentro.

Per questo Papa Francesco, valutando l’ipotesi di sue eventuali dimissioni, ha già detto chiaramente che non si chiamerà Papa emerito, e andrà a vivere fuori dal Vaticano.

Non ci sono e non ci possono essere due papi. E non è mai esisti- to neppure nessun ministero di Pietro “allargato” , condiviso, tra Ratzinger e Francesco, concetto che è stato cavalcato dalla fronda più agitata e sedevacantista degli avversari di Papa Bergoglio. Una tesi invece che era stata esposta durante una famosa lezione tenuta da mons. Ganswein presso l’Università Gregoriana già quattro anni prima, il 20 maggio 2016.

Un mese dopo il 27 giugno ( 2016) sul volo di ritorno dal viaggio in Armenia Francesco era intervenuto per correggere : “Benedetto è Papa emerito lo ha detto chiaramente quell’11 febbraio che si ri- tirava ad aiutare la Chiesa con la preghiera, e parecchie volte io ho dichiarato che una grazia avere il nonno saggio in casa . Per me è l’uomo che mi custodisce le spalle e alla schiena con la sua preghiera”.

Ancora : “Mai dimentico il discorso del 28 febbraio che ha fatto a noi cardinali : ‘Tra di voi ci sarà sicuro il mio successore, fin da ora prometto obbedienza’. Ho sentito, (non so magari sono dicerie, ma se non è vero, è ben trovato) che alcuni sono andati da lui a lamentarsi di questo nuovo papa. E lui li ha trattati con il migliore stile bavarese educato, ma li ha cacciati via, è un uomo di parola . E’ retto”.

Poi Francesco ha aggiunto: “Più volte ho ringraziato pubblica- mente Benedetto per aver aperto la porta ai papi emeriti . Sett’anni fa i vescovi emeriti non esistevano. Oggi ce ne sono. Con questo allungamento della vita , come si può reggere la Chiesa ad una certa età, con acciacchi o anche no? E lui con coraggio, con preghiera e anche con scienza, con teologia ha deciso di aprire questa porta. E penso che sia una cosa buona per la Chiesa. Ma - ha concluso - c’è un solo Papa.”


(...)

Nell’aprile 2009 in visita nella città del- l’Aquila devastata da un terribile terremoto, Benedetto XVI visitando la Basilica di Collemaggio aveva reso un omaggio, in quel momento incomprensibile, ma, dopo la sua rinuncia, fortemente significativo, al suo predecessore Celestino V, il Papa eremita (1215-1296) colui che secondo Dante “ per viltade fece il gran rifiuto” , l’ultimo papa che si era dimesso, nella storia bimillenaria della Chiesa, settecento anni prima.

In uno scenario suggestivo di una chiesa quasi completamente dis- trutta, in cui erano superstiti solo le colonne, visto che in prece- denza il tetto era crollato in diretta davanti alle tv di tutto il mon- do, Benedetto XVI aveva fatto dono alle spoglie mortali di Celestino, proclamato santo nel 1313 ,il suo pallio pontificale, cioè il collare di lana bianca con le croci di color rosso sangue (a significare che il Pastore disposto a dare la sua vita per le sue pecore) che aveva ricevuto durante la sua Messa di inizio Pontificato, quella in cui aveva chiesto a Dio di avere il coraggio di non indi- etreggiare “davanti ai lupi”.

Benedetto XVI donò a Celestino V il simbolo stesso della sua protestà di vescovo di Roma e quindi Papa.

Come la città dell’Aquila anche la Chiesa cattolica stava per essere travolta da terremoti devastanti: pedofilia, scandali finanziari, sottrazione di documenti, disinformazione, lotte di potere senza esclusione di colpi.

“Responsabilità”, deriva dal latino “responsus”, “respondere”, é assumere su di sé le conseguenze di una situazione. (Dizionario della Filosofia, Treccani)

Parafrasando Dante, allora possiamo affermare che non “per viltade”, ma per responsabilità, tanti secoli dopo Celestino, Benedet- to XVI “fece il gran rifiuto”.


 

 

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