BECCIU’S VERSION: CHAPTER FOUR. THE ADMINISTRATIVE OFFICE AND MONS. PERLASCA

PUBBLICO CON SUCCESSIVI POST I VARI CAPITOLI DELLA MEMORIA DIFENSIVA LETTA IL 5 MAGGIO 2022 da SE ANGELO BECCIU, cui e’ seguito l’inizio dell ‘interrogatorio da parte del Promotore di giustizia Alessandro Diddi.

FOR THE RECORDS. (Maria Antonietta Calabrò)


Ha detto SE ANGELO BECCIU

“2. L’Ufficio Amministrativo

Come detto, gli aspetti finanziari della SdS erano curati dall’Ufficio Amministrativo, descritto dal Cardinal Bertone quando mi chiamò per la proposta d’incarico come un ufficio competente e di esperienza.

Esso era composto da otto impiegati: il Capo Ufficio; il cassiere; l’addetto giuridico; l’addetto alle Nunziature; l’addetto alle assicurazioni per il personale diplomatico; gli addetti agli investimenti.

Le persone fisiche che ricoprivano questi ruoli furono da me “ereditati” dal precedente Sostituto: avevano goduto della fiducia di chi mi aveva preceduto ed avevano avuto le positive referenze di cui ho parlato.

Ovunque, ma in particolar modo nel mondo ecclesiastico, la fiducia è il motore primo di ogni scelta; quindi, non ebbi ragione di operare alcuna modifica, sostituzione o integrazione all’organico. Non feci ricorso allo spoil system, non introdussi persone di mia antica conoscenza, né conterranei, né niente di simile.

Ecco come funzionava la quotidianità dell’Ufficio Amministrativo, nella relazione con il Sostituto, tenendo presente che essa doveva combinarsi con le quasi infinite altre obbligazioni di cui ho dato cenno poc’anzi.

Ogni mattina vi era l’incontro, definito di tabella, con il Capo Ufficio, per raccordo. In assenza del Capo Ufficio, durante il mio servizio veniva sostituito da un altro funzionario, talvolta ricordo il dottor Di Iorio. Esigevo, in questi casi, che non venissero poste alla mia attenzione questioni di particolare rilevanza, poiché su di esse desideravo l’impulso e l’opinione del Capo Ufficio, Mons. Perlasca.

Per ogni questione da trattare l’ufficio predisponeva degli Appunti o minute, di cui vi è copia anche fra gli atti del processo e di cui parlerò più avanti. Si tratta di un sunto dell’argomento da decidere, ove venivano condensati gli aspetti centrali della singola questione, in una forma semplificata, atecnica, e che, quindi, consentisse di assumere decisioni anche a persone, come nel mio caso, distanti dalla formazione economico-finanziaria.

In calce a tali appunti vi era un elemento di centrale importanza: la cosiddetta mens. Si tratta di un appunto, generalmente manoscritto, del Capo Ufficio, che fornisce, in aggiunta, il suo proprio parere in forma sintetica, e per me era fonte di considerevole sostegno. Si trattava — come dire? — di una “garanzia in più” circa la proposta elaborata dai tecnici dell’ufficio, che maggiormente guidava la mia scelta.

Soprattutto, non bisogna mai dimenticare il parametro fondamentale che guida i rapporti nella dimensione ecclesiastica: la fiducia. La Chiesa non è un’azienda, ma una comunione di fedeli e, nel caso dei prelati, dei confratelli (termine usato non per caso), che hanno una sensibilità ed una visione del mondo comuni ed uno scopo unico e condiviso: servire la Chiesa ed il Papa. Non vi sono diverse sensibilità ideologiche o profonde divergenze politiche, come potrebbe più facilmente darsi in un’amministrazione, pubblica o privata, di stampo laicale. Ecco perché il vincolo fiduciario è così tanto sentito e, al tempo stesso, un parametro fondamentale per assumere decisioni.

Mons. Perlasca

Proprio parlando di vincolo fiduciario, non posso ora non parlare del Capo Ufficio dell’Ufficio Amministrativo, che trovai già presente nell’incarico alla mia presa di servizio, e che mantenni nell’intero corso del mio mandato.

Come detto, al tempo del mio servizio, Mons. Perlasca era il Capo Ufficio. Lo era dal 2009 e lo rimase dopo la mia cessazione dall’incarico. Si potrebbe dire che l’Ufficio Amministrativo era quasi un suo piccolo regno, di cui si sentiva il capo. Ricordo che nell’ultimo periodo, quando si prospettava il cambio delle competenze dell’Ufficio Amministrativo in favore della SPE, lo vidi quasi in lacrime.

Nei rapporti d’ufficio, non faccio difficoltà a riconoscergli un alto senso del dovere e una profonda competenza tecnica — quella di cui mi parlò il Cardinal Bertone e che, invece, non si trova nel mio bagaglio di competenze —, al punto che fra le sue cariche vi è quella di professore di diritto amministrativo all’università Urbaniana (Università del Dicastero per le missioni). Tecnico di profonda esperienza e di alta dedizione all’ufficio e alle sue delicate attività, che dimostrava di conoscere abbondantemente. Con lui, nella qualità di Capo Ufficio, mi interfacciavo per ogni questione, e da lui venivo relazionato in ogni affare. Non ho mai assunto decisioni senza raccogliere il suo parere tecnico, che a sua volta portava a sintesi gli approfondimenti istruttori svolti dai membri dell’Ufficio Amministrativo, e che io seguivo pedissequamente, proprio per quel combinato di perizia che riconoscevo alla sua persona e all’ufficio intero, da un parte, e massima fiducia, dall’altra, che non ebbe mai motivo di incrinarsi o essere messa in discussione nei sette anni di lavoro congiunto.

Peraltro, proprio per le competenze tecniche e la fiducia riposte in Mons. Perlasca e nell’Ufficio tutto, durante il mio servizio non ho mai assunto una decisione, in materia di investimenti finanziari, in dissenso da quanto mi veniva proposto.

Posso dire, sotto il profilo caratteriale, che Mons. Perlasca era però irascibile e permaloso, forse anche geloso delle proprie autonomie e del ruolo assolutamente dirigista che aveva nell’Ufficio. Coltivava, poi, un grande desiderio: diventare Nunzio Apostolico.

Le intemperanze caratteriali di Mons. Perlasca erano comunque bilanciate, ai miei occhi, da una indiscussa competenza tecnica.

Il rapporto con Mons. Perlasca continuò poi, sul piano personale, anche quando fui nominato Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, lasciando l’incarico di Sostituto. Posso testimoniare di una prosecuzione del rapporto in termini certamente cordiali (solo per un esempio, dai messaggi che ricevevo, presenti agli atti: 2 giugno 2019, in occasione del mio compleanno Mons. Perlasca mi scriveva: «Le persone a cui si vuole bene e alle quali si è grati si portano sempre nel cuore»).

L’avvio dell’indagine del presente procedimento, che in seguito raggiunse — per me, con somma meraviglia — anche la sua persona, lo prostrò terribilmente. In preda ad una profonda solitudine determinata da questi eventi, egli si rifugiò presso di me cercando conforto, che non volli e non seppi negargli. I numerosissimi SMS scambiati in quel periodo, disponibili agli atti del processo, ne sono ampia prova. Talvolta, poi, condividevamo dei pasti, durante i quali cercavo di essergli vicino e di sostenerlo.

In quel periodo mi rappresentava anche la sua grande amarezza per essere stato rimosso dall’incarico in SdS. Di questo vi è traccia nella messaggistica agli atti del processo e ritengo che la loro lettura aiuti nella corretta ricostruzione dei fatti: era il 18 giugno 2019 quando m’informò della sua rimozione con questo messaggio: «Alle 18.30 mi ha chiamato il card. Parolin e mi ha detto che devo lasciare l’ufficio e tutti gli incarichi amministrativi che ho e se voglio posso andare alla segnatura apostolica senza un incarico preciso». Interrogandomi sulle ragioni che potevano aver determinato tale decisione, gli chiesi: «Ma non è che ti faccia responsabile degli investimenti andati male?». Lui rispose: «Certo». Gli esternai il mio dispiacere, come accadeva spesso in quel periodo.

In quel tempo, poi, mi chiedeva con insistenza anche un ausilio per difendere la propria posizione, a suo dire di ferma innocenza; sperava potessi intercedere presso il SP al fine di procuragli un’udienza pontificia. Non ritenni, in coscienza, di negarmi e, in un incontro con il SP, Gli esposi la supplica per l’incontro, che in seguito seppi essere intervenuto.

Anche a seguito di tali avvenimenti, però, la propria situazione non mutava, ed il suo umore ulteriormente peggiorava. Non posso fare a meno di citare un episodio, seppure con dolore ed esitazione, vista la sede pubblica in cui ci troviamo; ma la sua rilevanza è da me ritenuta tale da non poterlo tacere.

Il 3 luglio 2020 ricevetti da Mons. Perlasca degli allarmanti messaggi, già prodotti al Tribunale (allegato 3 prima produzione documentale), con il quale egli annunciava il proprio proposito suicidario, a suo dire l’unica soluzione possibile per uscire da quella situazione che non gli lasciava prospettive di vedere riconosciuta la propria innocenza da parte di un Tribunale (testualmente: «Non sto scherzando… a questo punto sarebbe l’unico modo per uscirne e per dire a tutte le persone che mi conoscono, che credono in me e che stanno soffrendo con me che io sono innocente… il tribunale non lo riconoscerà mai… gettandomi dalla mia camera morirei proprio sulla cappella… forse la cosa migliore. La ringrazio Eminenza carissima, ma non mi sento… ma comunque le ripeto che le voglio e le ho voluto sempre bene»). Ne fui terrorizzato e gli risposi subito: «Nooo!», attivandomi per soccorrerlo. Allertai immediatamente Mons. Gaid, allora Segretario personale del Santo Padre, che abitava con lui in Santa Marta, per stargli vicino; costui, non essendo in casa, avvisò un altro confratello. Non ricevendo pronte risposte, mi mossi io stesso e andai a Santa Marta. Trovai varie persone allertate perché Mons. Perlasca non si trovava in camera. Incaricai il sacerdote indicato da Mons. Gaid perché, quando fosse rientrato, gli stesse vicino. Così fece, avvisando anche il Comandante della Gendarmeria. Mons. Perlasca rientrò la sera tardi; lo videro piuttosto agitato e sconnesso nel parlare. Fu chiamata dal Comandante la guardia medica che — mi dissero — gli somministrò un leggero sedativo per calmarlo e farlo dormire.

Nei giorni successivi lo chiamai e gli feci capire che con il suicidio non avrebbe ottenuto niente e tantomeno il riconoscimento dell’innocenza; anzi, i giornali avrebbero fatto passare la versione che si era ucciso perché oppresso dai sensi di colpa.

Continuai a scrivergli, per portargli conforto, nel successivo periodo, continuando sempre a ricevere risposte amichevoli (prodotte all’allegato 4 della prima produzione documentale).

Al rientro dal periodo estivo, Mons. Perlasca manifestò il desiderio di vedermi, magari cenando assieme, a suo dire per sdebitarsi per il bene che, con la mia presenza premurosa in quei mesi dolorosissimi, gli avevo apportato. L’appuntamento ebbe luogo il 5 settembre, al ristorante Lo Scarpone.

In quell’occasione, trovai un uomo affatto diverso da quello conosciuto da tanti anni e, sia pure con i cambiamenti descritti, anche da quello dell’ultimo periodo: appariva molto strano e suscettibile, insolito per un uomo che era abituato anche allo scherzo; soprattutto, si profondeva in numerose domande sulla mia persona e sulle mie attività, anche quelle massimamente riservate, quasi come si trattasse di un interrogatorio, con un fare molto lontano dall’annunciata “cena di ringraziamento” che mi aveva promesso.

Attribuii queste stranezze al momento di grande sofferenza e sconforto che lo affliggeva ormai da mesi e, sebbene amareggiato, lasciai correre senza esternargli dubbi.

Devo dire che quando, molto recentemente, nel corso delle ultime udienze, ho sentito fare riferimento alla possibile esistenza di una registrazione di quella cena, non ho potuto fare a meno di pensare che quella registrazione spiegherebbe quell’altrimenti stravagante comportamento.

Mi lasci dire, signor Presidente, che sarebbe per me, in quel caso, il patimento di un’ulteriore sofferenza: un sacerdote che tradisce il suo antico Superiore!

Dopo quella cena, egli si allontanò definitivamente da me e, anche in ragione degli eventi sopravvenuti, non ebbi più ragione né occasione d’incontrarlo.”

Genoveffa Ciferri Putignani

“Mi sento nell’obbligo di fare ora alcuni accenni a una figura che non esiterei a definire inquietante e che è apparsa di punto in bianco nella mia vicenda. Si tratta di una certa signora, presentatasi come Genevieve Putignani, al secolo Genoveffa Ciferri.

Questa signora comparve nella mia vita ai primi di maggio del 2020, con una telefonata. La chiamata mi venne passata dal centralino della Gendarmeria Vaticana al telefono fisso del mio appartamento. Si presentò come una signora che conosceva molto bene Mons. Perlasca. Mi manifestò tutta la sua preoccupazione per quanto gli stava succedendo, soprattutto per il licenziamento dalla Santa Sede. Mi chiese con toni insistenti di fare qualcosa per lui, di parlare soprattutto con il Papa per convincerlo a riconoscere la sua innocenza. Trovandomi anch’io psicologicamente favorevole al Monsignore, come ho illustrato, mostrai attenzione benevola e direi condivisione per quanto diceva. La assicurai che avrei fatto di tutto per interessarmi a lui. Mi stupì un po’ la sua determinazione nel dettarmi le sue proposte e la mancanza di tratti gentili, per non dire di atti convenevoli che di solito una persona educata mostra verso un Cardinale. A malapena percepii il nome che mi pronunciava e, a dir la verità, non me ne curai tanto perché pensavo che non l’avrei mai più sentita e tanto meno vista.

Mi richiamò invece un’altra volta, ma non ricordo né quando né i dettagli della conversazione se non che mi manifestò con un tono di voce freddo e altezzoso i suoi dubbi sull’efficacia del mio intervento presso il Papa perché fino ad allora non aveva notato alcun cambiamento dei provvedimenti presi su Mons. Perlasca.

Mi richiamò una terza volta per chiedermi se potevo riceverla in casa. Accolsi la sua richiesta, nonostante le perplessità che derivavano dal suo comportamento telefonico per cercare di sostenere le istanze di Mons. Perlasca, con l’intento di chiarire la posizione del sacerdote e spiegarle a voce il tutto.

La ricevetti il 10 luglio verso le ore 19.00 nel mio appartamento. Accolta da Suor Sara, una delle due Religiose di casa, venne fatta accomodare in salotto, dove la incontrai dopo qualche minuto dal suo arrivo.

Andai sereno, pensando di incontrare una signora docile, premurosa, gentile, riconoscente per quanto stavo facendo per il suo amico. Quale fu la mia delusione sin dalle sue prime battute! Trovai una donna fredda, direi arrogante ed insolente. Iniziò anzitutto con il beatificare il monsignore che definiva uomo intelligente, dedito al bene altrui e anima sensibilissima. Poi iniziò a rimproverarmi che non avevo fatto niente per lui, che non è vero che ero andato dal Papa come le avevo assicurato nella precedente telefonata o, se vi ero stato, non avevo assolutamente preso le difese del suo protetto e che, anzi, volevo fare di tutto per disfarmi di lui. E poi una serie di apprezzamenti non benevoli verso il Papa, che colmarono davvero la misura. A questo punto la bloccai e cercai di parlare, ma vedendo che mi interrompeva, le dissi che per educazione doveva ascoltarmi se non altro perché in silenzio le avevo dato attenzione per molto tempo.

Cercai di dare la mia versione dei fatti, ma non riuscii nell’intento, tale era la foga che animava la signora. Riprese la sua filippica contro di me e ogni gesto positivo da me fatto nei confronti di Mons. Perlasca lo travisava fantasiosamente in senso negativo. Così, il sedativo dato a Perlasca la sera dell’agitazione e di minaccia di suicidio? Ero io che avevo chiamato il medico e dato ordine affinché gli desse una dose massiccia di sedativo così da eliminarlo. Il consiglio che gli avevo dato di rientrare a casa sua, a Como, e uscire da Santa Marta, ove rischiava, nella solitudine e col il suo tormento interiore, una terribile depressione, anche in ragione dei propositi suicidari intervenuti? Il mio non era altro che un tentativo per disfarmi di lui.

Alla mia reazione alquanto forte, con voce alterata come mai mi ero visto, di fronte a tutte queste insolenze, rispose con una minaccia: “Si ricordi: se lei non farà di tutto per restituire onore e impiego a Mons. Perlasca, perderà la sua berretta cardinalizia e il suo cappello sarà un semplice ricordo ignominioso per Lei!” Fece poi delle insinuazioni tra la minaccia e l’allettamento: “Sappia che io conosco giornalisti tanto in Italia come in Inghilterra che potranno distruggerla o esaltarla a seconda del suo impegno pro Perlasca”. E in toni più miti aggiunse che, se d’accordo, poteva inviarmi in una di quelle sere il suo autista per portarmi a casa sua, anzi nella sua villa, ove poter discutere meglio sulla vicenda. Tra l’altro, si era presentata come un ex-agente dei servizi segreti italiani.

A quel punto, la pregai di uscire e di andare via, perché ormai mi sembrava una mitomane con la quale non potevo in alcun modo interloquire. Del resto, era già passata un’ora da quando era iniziata la spiacevole conversazione. Nel frattempo era entrata nel salotto Suor Sara, perché si era preoccupata del tono alquanto alterato della mia voce che mai aveva sentito da quando mi aveva conosciuto. Mi confidò poi che a causa dei toni inusuali e alti si era allarmata e, avvicinatasi alla porta, era riuscita a sentire buona parte della conversazione.

L’indomani la signora mi inviò un messaggio WhatsApp: «Eminenza Rev.ma, alla luce dell’animato colloquio intercorso ieri sera, 10 luglio h. 20, che mi ha visto contrapposta a Lei, benché unita a Lei nel reciproco obiettivo di bene per la persona in oggetto; La invito, ancora una volta, a contribuire alla risoluzione del problema, da cui non può esentarsi, detenendone la piena responsabilità morale. Reitero quindi la preghiera di mettere la Sua porpora al servizio della giustizia e della verità, e non della codardia e della simulazione. D’altra parte non Le tornerebbe utile, né gioverebbe al bene della Chiesa, trincerarsi dietro la cortina della supponenza e dell’arroganza. Devoti ossequi. Dott.ssa Genevieve Putignani» Chiesi pure a Mons. Perlasca chi mai fosse questa sua amica. Egli, mostrandosi costernato, mi rispose con questo messaggio: «Eminenza, buon giorno. Sono desolato. La scongiuro, lasci perdere… e comunque non è assolutamente il mio pensiero». Ricevetti, ancora, nei giorni seguenti, un secondo messaggio dalla signora dal seguente tenore: «Eminenza Rev.ma, appena rientrata da Londra, e sulla base del nostro colloquio, mi pregio informarla che ho provveduto a chiudere alcuni rubinetti, per riaprirne altri, passati e recenti, di più sostanziale importanza. Con dispiacere, deduco Lei dovrà procurarsi legali, su suolo inglese e italiano, di maggior caratura rispetto a quelli consigliati paternamente al Suo ex collaboratore (…)».

Ad ogni modo, dopo questi episodi terribili bloccai il contatto telefonico. Cercò in seguito di contattarmi in Dicastero, ma dissi alla segretaria di ignorarla.

La telefonata a mio fratello

Il 10 settembre 2020 la signora Ciferri si fece viva telefonicamente con mio fratello, Mario, con toni così gravi da indurlo, nel periodo successivo, a denunciare formalmente le minacce ricevute (allegato 6 della prima produzione documentale). Mio fratello ricevette, a stretto giro, due telefonate dalla signora, nelle quali ella si mostrò ancora una volta molto minacciosa contro di me e in particolare gli disse di prepararsi a visitarmi in carcere a partire dai primi di ottobre e che nel frattempo, precisamente tra il 15-30 settembre, avrei perso il cardinalato!

A questo punto, non posso esimersi dal rilevare una singolare successione anche delle date di questi accadimenti. Si tratta di date che hanno segnato torsioni comportamentali ed hanno scandito la cronologia di questi fatti:

• 29 aprile 2020: primo interrogatorio di Mons. Perlasca al Promotore di Giustizia nel quale egli difende il proprio operato e quello della SdS;

• 30 aprile: Mons. Perlasca riceve lettera di sollevamento dall’incarico a firma del Cardinal Segretario di Stato, con congiunta richiesta di lasciare il proprio alloggio in Casa Santa Marta e restituire il proprio passaporto diplomatico;

• 3 luglio: Mons. Perlasca minaccia il suicidio in ragione delle accuse ricevute;

• 31 agosto 2020: interrogatorio di Mons. Perlasca nel quale, per la prima volta ed in maniera del tutto opposta al precedente interrogatorio del 29 aprile, comincia ad usare toni ostili nei miei confronti, producendo un bizzarro memoriale, addirittura composto da domande e risposte sulla mia persona e anche su fatti completamente estranei alle indagini in corso;

• 5 settembre: cena al ristorante Lo Scarpone;

• 10 settembre: telefonata della signora Ciferri a mio fratello: «perderà il cappello cardinalizio».

Nel limitarmi al racconto di questi accadimenti così cronologicamente succeditisi, lascio naturalmente al vostro scrutinio ogni considerazione!

Concludo, sul punto, segnalando come nei mesi successivi all’emersione delle accuse formali nei miei confronti, i miei legali hanno potuto dimostrare una conoscenza risalente e assai stretta fra Mons. Perlasca e la signora Ciferri, testimoniata, fra l’altro, da alcuni atti notarili, già nella disponibilità del Tribunale (allegati 1 e 2 della prima produzione documentale), con i quali la signora Ciferri — già nel 2017 — dona a Mons. Perlasca delle proprietà immobiliari, così contraccambiate dal prelato: «A titolo di corrispettivo della cessione … il signor Perlasca Alberto si obbliga, per tutta la durata della vita della cedente, a eseguire le seguenti prestazioni in favore della stessa cedente: 1) fornire alla cedente adeguata assistenza morale e spirituale; 2) celebrare o far celebrare Sante Messe Gregoriane in suffragio post mortem per un ciclo di anni cinque, come da tariffario Diocesano corrente pro-tempore»”